Gengis Khan

L’epopea del più grande condottiero della storia

“Tu sei Khan, adesso, Gran Signore dei Mongoli. E noi ti chiameremo Gengis, il Guerriero Perfetto”.
Così venne definito l’uomo che è stato il più grande condottiero che la storia umana ricordi, un imperatore intelligente e tenace, un guerriero furbo e imbattibile, un sovrano illuminato, un conquistatore di terre il cui dominio andava al di là di ogni più vasta ambizione umana.
Gengis Khan, nato esattamente cento anni prima di Marco Polo, in quello che i cinesi definiscono l’anno del Cavallo, ha saputo estendere il suo dominio sui popoli e sui territori dell’intero continente asiatico, dal Mar della Cina al Mar Nero e al Mediterraneo, dalla Siberia all’Himalaia. L’Asia intera cadde sotto il dominio di Gengis Khan e dei suoi successori. Un impero più vasto di quello dell’antica Roma, di Napoleone e di Alessandro Magno messi insieme, che si arrestò alle porte dell’occidente solo perché Gengis Khan non voleva contaminare il suo regno con la mollezza della civiltà europea, e che condizionò in modo preponderante la storia e la cultura della Cina, del Tibet, della Persia, della Russia e dell’Europa, diffondendo ovunque, dopo gli anni del terrore, quella onesta e tollerante propensione alla pace e al buon regno che passò alla storia come Pax Mongola.
Gengis Khan, figlio di Yesughei il Valoroso, Khan dei Kiyati e primo propugnatore dell’unità delle numerose tribù mongole che si aggiravano per la steppa a nord del deserto del Gobi, nacque nell’agosto del 1162 dal ventre della bellissima e orgogliosa Hülün, della tribù Olqonut, e regnò incontrastato fino al 1226, quando morì per le conseguenze di una caduta da cavallo durante il suo passatempo preferito, la caccia.
Fin da bambino, seguendo la tradizione del grande popolo nomade della steppa, fu lasciato solo a se stesso in compagnia dei suoi coetanei, con i quali doveva disputarsi quotidianamente il cibo avanzato dagli adulti.
Le leggi spietate dei tartari erano chiare a proposito: se un bambino riusciva ad arrivare all’età adulta con le proprie forze, senza alcun aiuto da parte dei genitori, significava che godeva della benedizione degli dei e che le esperienze terribili che era stato costretto a passare avrebbero fatto di lui un guerriero forte e privo di ogni timore. Se invece soccombeva, neppure i suoi genitori avrebbero pianto sulla sua tomba, perché questo significava che gli dei lo consideravano indegno di diventare un uomo.
Quando il destino decise di fare incontrare la giovane Hülün con il valoroso Yesughei, khan della tribù kiyata,  non si trattò soltanto del principio di un amore che si rivelò più forte di qualsiasi difficoltà della vita e della stessa morte, ma anche il primo e vigoroso atto della nascita di un bambino che secondo le profezie degli antichi saggi sarebbe diventato il conquistatore del mondo.
Gengis Khan, il cui nome da fanciullo era Temugin, crebbe astuto e spietato, sempre pronto a imparare dalle disavventure dei suoi coetanei e abile a intrecciare una fitta rete di rapporti con gli eredi degli altri clan mongoli che un giorno avrebbero regnato insieme a lui sulla steppa.
All’età di quattordici anni suo padre decise di metterlo severamente alla prova, e Temugin si trovò ad affrontare Razar e Finer, i due feroci cani addestrati da Yesughei a uccidere. Dopo il primo istante di panico, il giovane guerriero dimostrò tutto il suo coraggio e la sua astuzia soggiogando i cani con lo sguardo e riuscendo a fuggire senza essere aggredito.
Questo convinse Yesughei che il ragazzo era pronto per diventare un adulto, e dopo avergli fatto domare il suo primo cavallo lo accompagnò presso la lontana tribù dei qongghirat affinché si trovasse una moglie.
Lì Temugin conobbe Börte, la figlia del capo qongghirat, e i due si innamorarono perdutamente. Yesughei fece ritorno dalla sua famiglia e lasciò Temugin al campo della tribù alleata perché dimostrasse il suo valore e potesse essere ritenuto degno di sposare la figlia di un capo.
Ma mentre il giovane si prodigava per risaltare agli occhi del khan qongghirat, giunse la notizia che Yesughei era stato avvelenato da una banda di tartari. Temugin fu costretto ad abbandonare Börte e a correre al capezzale del padre, ma quando vi arrivò Yesughei era già morto e l’unità delle tribù sotto il suo comando compromessa.
Temugin cercò di proclamarsi successore di Yesughei, ma gli altri capi tribù lo ritennero troppo giovane, e ognuno di loro dichiarò la propria indipendenza. Rimasto solo con la propria famiglia, Temugin trascorse l’inverno tra mille disagi, e proprio quando sembrava in grado di poter ricominciare a espandere la sua tribù venne attaccato dal rivale Targhutai, che voleva imporsi come capo supremo dei mongoli.
Costretto a fuggire, Temugin trascorse molti anni combattendo Targhutai e le altre tribù che cercavano di imporsi, e il suo coraggio in battaglia, la sua forza e la sua intelligenza fecero correre ben presto il suo nome in tutta la steppa, facendo accorrere sotto i suoi stendardi molti giovani guerrieri desiderosi di gloria che lo consideravano il nuovo capo supremo destinato a mettere in atto l’unità del loro popolo.
Ye Liu Ciutsai, un vecchio saggio cinese, seguiva da tempo le imprese di Temugin che, secondo le antiche profezie, era destinato a diventare l’imperatore oceanico, il signore di tutte le genti.
L’espansione di Temugin e della sua tribù nella steppa si fece inarrestabile, e nell’arco di qualche anno riuscì a imporsi sul suo popolo e a farsi eleggere khan dell’antica tribù dei kiyati. Adesso Temugin poteva tornare da Börte, la sua promessa sposa, che l’aveva aspettato senza mai perdere fiducia in lui, e rapirla secondo il rituale che avrebbe consacrato il loro matrimonio.
Da Börte Temugin ebbe i figli che considerò suoi unici eredi, nonostante durante il corso della sua vita sposò una decina di donne ed ebbe cinquecento concubine.
Ora per Temugin c’era un nuovo compito da assolvere, una promessa fatta a suo padre: riunire tutte le tribù mongole sotto un unico stendardo per creare l’esercito più forte del mondo. Vi riuscì nel corso di alcuni anni travagliati, durante i quali combatté i suoi vecchi amici e i suoi fratelli di sangue, in cui venne ferito quasi a morte e incontrò donne affascinanti e misteriose, in cui dovette debellare complotti e tradimenti e dimostrare a tutti di essere colui che gli dei avevano designato come loro imperatore.
Quando finalmente Temugin venne eletto Kha Khan dei mongoli, unico loro signore, assunse il nome di Gengis, il Guerriero Perfetto.
Le profezie si erano avverate, e ormai niente e nessuno sarebbe riuscito a ostacolare l’espansione di Gengis Khan nel mondo.
Ci provò inizialmente lo stregone Yin Shoa, spinto dall’impeto della vendetta, ma dopo avere ingaggiato con lui una battaglia nel regno delle tenebre e averlo sconfitto, Gengis ebbe campo libero per cominciare la conquista del più grande regno della storia, a partire dall’affascinante e misterioso impero del drago cinese.
La lotta con il Re d’Oro, l’imperatore della Cina, fu terribile e senza risparmio, ma alla fine Gengis riuscì a impadronirsi della ricca terra del drago.
A quel punto Gengis poté rivolgersi a occidente, verso quei territori barricati dietro le vette del Pamir di cui i mercanti tessevano grandi lodi.
Dopo un tentativo di intrattenere rapporti commerciali con lo Sciah di Persia, fu costretto a rispondere a un attacco proditorio che gli diede l’occasione di invadere l’occidente con le sue truppe.
I mongoli erano guerrieri ottimamente addestrati, feroci e inarrestabili, e ben presto Samarcanda, Bukhara,
la Persia e tutti i territori dall’India al Mar Caspio caddero sotto gli zoccoli del cavallo di Gengis Khan.
Ma l’imperatore mongolo era un uomo lungimirante, e credeva in un unico dio signore di tutte le cose, che ogni popolo chiamava secondo le sue credenze: il Cristo nestoriano, l’Allah musulmano, il Grande Cielo Azzurro dei tartari. Gengis Khan non cercò mai di imporre le proprie credenze religiose ai popoli sottomessi, ma diffuse capillarmente la propria organizzazione amministrativa e le proprie leggi.
Quando il suo regno si assestò, riuscì a realizzare un imponente apparato governativo attraverso l’utilizzo della scrittura, che impose ai suoi sudditi e ai suoi comandanti. Creò una moneta con cui uniformare gli scambi delle merci, organizzò gli eserciti secondo gerarchie militari di altissimo livello, formulò delle leggi a cui tutti si sottomisero con la massima fedeltà, e nonostante l’incredibile vastità del suo impero riuscì a regnare con una lungimiranza e una inflessibilità che mai nessun altro regnante nella storia riuscì a eguagliare.
Anche dopo la morte di Gengis Khan i territori da lui conquistati erano amministrati con tanta efficienza che i suoi discendenti non ebbero difficoltà a tenerli sotto controllo, e anzi poterono espandere il regno ancora per migliaia di chilometri, raggiungendo quasi tutte le terre a quel tempo conosciute.
Quando Marco Polo, quasi un secolo dopo la nascita di Gengis Khan, raggiunge le lontane terre del Catai, fu ricevuto dal sovrano Kubiliai Khan, che altri non era che uno dei tanti nipoti di Gengis.
Alla sua morte, il grande condottiero venne condotto fino alle pendici del monte Burkan Kaldun, dove lui stesso aveva ordinato che venisse sepolto, e per centinaia di chilometri lungo il percorso del corteo funebre ogni forma di vita, dagli insetti agli esseri umani, venne uccisa per onorare l’imperatore e accompagnarlo nel regno del Cielo Eterno.
Il nome di questo formidabile condottiero è noto a tutti, ma ben pochi conoscono le sue gesta e lo stile di vita del popolo dei mongoli, che regnarono su tutto il continente asiatico senza mai rinunciare alla loro tradizione nomade e tollerando tutte le forme di religione, ma imponendo le leggi di Gengis Khan ai popoli asserviti e tenendo in scacco l’occidente per oltre duecento anni.
La storia della vita di quest’uomo e l’epopea della sua maturazione e delle imprese di conquista alla guida del suo popolo sono un misto di storia e leggenda che si contendono tutto il fascino di uno dei periodi più devastanti, e al contempo più edificanti, della storia umana.
Mai nessuno ha vissuto al pari di Gengis Khan, e la cronaca delle sue avventure è la più affascinante e spettacolare delle storie che possano essere raccontate. L’epopea di un uomo, del suo popolo e del più vasto impero che mente umana ricordi.

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